Entrò nel mio negozio/laboratorio un freddo giorno di dicembre, subito dopo Natale. Quei giorni noiosi, per chi vive solo, fra Natale e Capodanno durante i quali non sai mai bene cosa fare. I parenti, gli amici, sono tutti a sciare o su qualche calda spiaggia dei mari del sud, e tu cerchi il modo di far passare quei giorni cosiddetti “di festa” nel miglior modo possibile, senza farti prendere dalla tristezza che spesso arriva in quel periodo dell’anno.

Mi chiese in uno stentato italiano misto al francese se poteva guardare le opere esposte, e alla mia risposta affermativa si concentrò su di loro. Osservava ogni piccolo oggetto con un’attenzione meticolosa, certosina, senza toccarlo ma riuscendo comunque a studiarlo in tutta la sua forma. Aveva lo sguardo da intenditore, si capiva che la sua non era pura curiosità ma interesse forse dettato da una reciprocità di mestiere.

Lo osservai meglio, indossava un cappotto di lana di cammello, elegante sì, ma che aveva visto tempi migliori, un berretto di pelle, di quelli con visiera che i ragazzini mettono al contrario, guanti sempre in pelle, e scarpe di cuoio di fattura sicuramente italiana. Si capiva che amava vestirsi bene, ma che non ne aveva la possibilità economica, e che forse spendeva solo per le scarpe, decisamente belle.
Nonostante la pelle scura tutto il suo aspetto lo distingueva dai numerosi africani che giravano per le strade milanesi cercando di venderti la loro mercanzia, o che ciondolavano annoiati intorno alla Stazione Centrale. Incuriosita tentati un approccio e gli chiesi da dove venisse.
– da Parigi – mi rispose
– ah, ma quale è il suo paese in Africa? – domandai di nuovo
– Côte d’Ivoire – rispose, e passando al francese continuò:
– c’est vous qui à fait tout ça?- (è lei che ha fatto tutto questo?)
Risposi nella sua stessa lingua, e vidi i suoi occhi scuri brillare di gioia nello scoprire qualcuno che lo comprendeva e poteva dialogare con lui senza fatica.

Parlammo a lungo, del mio lavoro, del suo (era scultore, mi disse, e lavorava soprattutto l’avorio e il legno) e del perchè fosse venuto in Italia dalla Francia, dove viveva ormai da quindici anni.
Gli chiesi se potevo vedere qualche sua opera, mi disse che me ne avrebbe portata qualcuna il giorno dopo o quello dopo ancora.
Tornò infatti un paio di sere dopo, e aveva con sè le più sottili e splendide statuine di legno che avessi mai visto. Erano alte forse 50 o 60 centimetri, sottilissime, due gambe lunghe lunghe e un corpo piccolissimo, sproporzionato, ma nell’insieme l’effetto era strepitoso. Il viso delle donne africane rappresentate era cesellato finemente in ogni suo particolare, gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, i capelli adornati come le donne vere. Una portava sulla testa una brocca, un’altra suonava una sorta di flauto, la terza con le braccia alzate si acconciava i capelli.
Mi disse che le scolpiva a mano nel suo bagno di casa, non avendo un altro luogo dove lavorare, e poi cercava di venderle per raggranellare qualche soldo. Gli proposi di tenerne qualcuna nel mio negozio e di esporla in mezzo alle mie ceramiche. Era felice, non sperava in tanta fortuna!
Iniziò così la mia amicizia con Mori.

Grazie a lui ho imparato a conoscere meglio l’altra faccia del mondo, quello africano e degli “immigrati di colore”, come sono spesso definiti.
La caratteristica che più mi ha colpito è la loro concezione del tempo. E’ completamente diversa dalla nostra, per loro il tempo non è una cosa che esiste già, ma una cosa che l’uomo può creare. Il tempo si manifesta per effetto del nostro agire, se cessiamo l’azione il tempo semplicemente sparisce. Così l’africano quando non agisce, aspetta. La sua capacità di aspettare ha qualcosa di incredibile, per noi occidentali abituati alla fretta e alla frenesia.
Anche il fisico dell’africano che aspetta subisce una modifica, la figura si assottiglia, si affloscia, si rattrappisce, la testa s’immobilizza, l’uomo non guarda, non osserva, non manifesta curiosità; spesso tiene gli occhi chiusi, ma anche se sono aperti lo sguardo è vuoto, vitreo. Mori arrivava ogni giorno verso le 17 nel mio negozio. Si sedeva, e cadeva in questo stato di attesa, fino a quando non lo scuotevo dal suo torpore con le mie chiacchiere.
Questa loro concezione particolare del tempo fa sì che la puntualità per lui (per loro) sia una mera utopia. Cosa che mi faceva regolarmente infuriare! Per me che sono di origine svizzera, che la puntualità l’ho succhiata con il latte nel biberon, doverlo attendere talvolta anche per ore, mi faceva regolarmente impazzire. Con il tempo ho imparato a dargli appuntamenti anticipati, così che più o meno ci si trovava a metà strada….ma che fatica! Ancora oggi che ci vediamo e sentiamo molto meno, quando dobbiamo fissare un appuntamento è sempre un’impresa!

Un’altra caratteristica è il senso di solidarietà fra loro, anche fra persone che non si conoscono per nulla, basta che sia africano, se uno di loro ha bisogno, gli altri sono subito pronti a dargli una mano.E quando due africani si incontrano, i saluti sono molto importanti: non esiste salutarsi con un semplice “ciao”, anche se aggiunto da un “come va?”. Bisogna informarsi come sta la famiglia, i genitori, i fratelli, i figli… tutti insomma. Così che un incontro casuale per strada si prolunga fino a che tutti siano sicuri che tutti stanno bene!

Questo nasce dal fatto che in Africa la famiglia, intesa come etnia, come villaggio, è molto importante. L’appartenenza ad un gruppo, ad un villaggio, per l’africano è tutto. Non esiste che uno di loro viva da solo, c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierlo nella sua capanna, a dargli un letto dove dormire, un piatto dove mangiare. Nei villaggi africani non esistono confini, barriere, recinzioni, questo è mio e questo è tuo. Tutto è di tutti, chiunque può servirsene. Mori mi raccontava che sua madre teneva vicino alla capanna un grande orcio di terracotta per raccogliere l’acqua da bere, con un mestolo appeso sul lato, così che chiunque passasse di lì poteva servirsene per dissetarsi.

Suo padre aveva avuto quattro mogli, e lui di conseguenza una miriade di fratelli e fratellastri. Non sapeva nemmeno lui quanti erano. Raccontava che se due donne avevano dei figli nello stesso periodo, per i primi anni i bambini erano scambiati, così che una madre non potesse essere gelosa del figlio dell’altra, dovendo crescere il figlio dell’altra donna come il proprio. Per diversi anni lui ha creduto che sua madre fosse l’altra, e le ha voluto bene come alla propria madre.
Una concezione della maternità che noi non comprendiamo, ma che ha permesso loro di poter avere famiglie numerose, e vista la mortalità infantile in quel paese non è cosa da poco.
A questo proposito una volta gli chiesi, ma giacchè siete così poveri perchè non fate meno figli? Lui scoppiò a ridere e mi spiegò che al contrario i figli sono una ricchezza, e quindi più ce ne sono più si è ricchi. I bambini danno una mano nei campi, a raccogliere frutta e granoturco, e altre coltivazioni. In questo modo avevano più merce da vendere al mercato, di conseguenza “più ricchezze”.  Semplice, no?

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