L’ho trovata un caldo mezzogiorno di giugno di due anni fa; per la verità me l’hanno letteralmente messa in mano dei turisti stranieri che aggirandosi per la piazza assolata l’avevano trovata in un angolo vicino alla chiesa. Era sola, piccola, non si muoveva, e sarebbe sicuramente morta se loro non l’avessero raccolta. L’unico negozio aperto a quell’ora era il mio. Così sono entrati da me e mi hanno messo fra le mani questo batuffolo grigio. Sembrava un topino, gli occhi ancora chiusi, il musino spelacchiato con gli occhietti e il nasino rosa, le orecchie troppo grandi, sproporzionate, e una codina piccina piccina, che stava diritta come una piccola spada.

momo-appena-nata

Me ne sono subito innamorata, ma era così piccola che temevo non sarebbe sopravissuta senza la sua mamma, così sono uscita e ho fatto il giro della piazza, chiedendo agli altri negozianti e perfino ai frati della vicina chiesa se per caso avessero una gatta che avesse da poco partorito. Niente, nessuno ne sapeva niente. Telefono alla mia amica veterinaria, per sapere che fare, lei mi dice che sicuramente non ha più di una settimana di vita. Posso provare a nutrirla e accudirla, ma mi consiglia anche di non illudermi, è molto difficile quando sono così piccoli riuscire a salvarli.

Così la porto a casa, e rientrando passo dal negozio per animali e compro biberon, tettarelle, latte in polvere, e mi accingo a rivivere, se pur in misura diversa, le mie maternità. Perché alla fine non è molto diverso, anche questi cuccioli hanno bisogno di mangiare ogni due/tre ore, dormire a lungo, stare al caldo e ricevere coccole e attenzioni. Il difficile all’inizio è stato farle capire che dalla tettarella usciva il latte, se solo avesse succhiato… ma come si fa a spiegare ad un gattino appena nato che deve succhiare? Lei tentava con la linguetta, poverina, ma la tettarella di gomma non è come la tetta della mamma-gatta, sicuramente più morbida! Così ho provato con una siringa senza ago, spingendo piano il latte dentro la sua bocca. Lei cacciava fuori la linguetta e tentava di leccare quel liquido caldo e dolce.

Poi finalmente, dopo numerosi tentativi, parecchie macchie di latte sulla tovaglia, spruzzi vari e miagolii disperati di questa micetta affamata, finalmente capì come doveva fare e iniziò a succhiare anche dalla tettarella. Malachia e Minou, gli altri due gatti, erano molto incuriositi da questo affarino che strillava come un gatto affamato, ma che non sembrava proprio un gatto…chissà cos’era, si saranno chiesti. Dopo un paio di annusate hanno capito che non era nulla di pericoloso, soprattutto che non attentava alle loro ciotole, né alle loro coccole, e se ne sono disinteressati.

Momo – così l’ho chiamata, come la piccola bambina protagonista dell’omonima storia di Michael Ende – mangiava ogni due ore, poi dovevo stimolarla per farle fare i suoi bisogni, come fanno le mamme-gatte, quindi la sistemavo in una grande scatola piena di morbide coperte, dove poteva dormire tranquilla, al sicuro dalle “nasate” degli altri, per lei, “giganteschi” gatti.

Dopo qualche giorno ha cominciato a riconoscere la mia voce, appena mi avvicinavo alla scatola e parlavo, anche senza vedermi mi riconosceva e cominciava a miagolare, con la sua vocina flebile ma pur tuttavia forte. Passata una settimana, ha aperto gli occhi, e verso i venti giorni ha iniziato a zampettare, prima in maniera molto buffa e comica, con le zampe larghe, la pancina gonfia dal latte appena preso che quasi toccava terra, gli unghioli anche tutti esposti. Durante il giorno la portavo con me in negozio, mi ero attrezzata, la mettevo prima in una scatola da scarpe, poi dentro una borsa di tela che appendevo al manubrio del mio motorino, e poi via, rombando fino al paese. In negozio ogni due ore la pappa, e naturalmente se entrava qualche cliente si fermava stupito e incuriosito a guardarla. Se poi c’erano dei bambini, non se volevano andare più!

Me la sono portata anche al mare in un lungo week-end a luglio, e poi ad agosto è venuta con me in vacanza in Puglia.

momo-scalatrice

Viaggiavo con beauty-case, omogeneizzati, croccantini, ciotoline, palline di gomma per farla divertire, e naturalmente la “sua” copertina preferita. Proprio come con un figlio… Piano piano Momo è cresciuta, e ora è una bellissima gatta adulta. Ha subìto però il mio imprinting, e crede io sia sua madre e lei mia figlia. Ha un comportamento, con me, diverso dagli altri gatti. Con lei i NO non esistono, quando ha bisogno della mia vicinanza e calore, DEVE venire in braccio a me, qualunque cosa io stia facendo. Talvolta mi ritrovo a lavorare al computer con una mano sola, perché con l’altra sorreggo lei che mi si è abbandonata in grembo. A volte dorme sul divano accanto alla mia scrivania, poi improvvisamente si sveglia, con quattro balzi mi raggiunge e si fionda fra le mie braccia, si accuccia lì con la testa sul mio petto, e si riaddormenta. Se ne sta così per una ventina di minuti, poi, sazia di coccole e amore ricevuto, se ne torna a farsi gli affari suoi da qualche altra parte.

 

E’ assolutamente fiduciosa nell’essere umano, quando la tengo fra le braccia è rilassata al massimo, sembra senza muscoli, senza tensione alcuna. E quando uscivo per passeggiare nella campagna intorno, veniva con me come un cagnolino, e mi seguiva per tutto il tragitto, anche se lungo e stancante.

L’istinto naturale l’ha fatta comunque gatta, ed è un abile cacciatrice. Numerose sono le sue prede che ho ritrovato al mattino sparse qua e là per casa, portate come un trofeo in dono alla sua “mamma-gatta”. E nei rapporti con gli altri gatti di casa (ai primi due si è aggiunto Rusty, anche lui salvato da morte certa) il suo comportamento è normalissimo, da gatta. Una bellissima, intelligente, sana e normale gatta domestica.

ma-come-sono-bella

Ora si è trasferita con me qui a Lugano, in appartamento al terzo piano. Ma il suo istinto la porta a desiderare di uscire comunque all’aperto. Così piano piano ha imparato a scendere le scale, riconoscere il nostro pianerottolo e non entrare nelle case degli altri; ha imparato a riconoscere i dintorni, le persone che vivono nella palazzina, quando vuole rientrare si posiziona davanti al portone in attesa, e quando qualcuno apre il portone si infila su per le scale, aspettando poi pazientemente che io mi accorga di lei fuori sullo zerbino. Se rientra con me prende perfino l’ascensore, senza paura alcuna.

Una volta mi trovavo dal tipografo poco lontano da casa, quando lui s’interrompe dicendo “tò, un gatto” guardando verso la porta, io mi giro e la vedo là, che mi aveva seguita per tutta la strada senza che me ne accorgessi!
Ora è un po’ vecchietta e non esce quasi più di casa, le sue passeggiate per i dintorni sono quasi terminate, io sono più tranquilla perché avevo sempre timore che qualche auto l’investisse. Dei tanti gatti posseduti ora mi è rimasta solo lei, la mia “bambina”.

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