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Da sempre siamo stati abituati a pensare al positivo e al negativo legandoli a due colori/non colori, il Bianco e il Nero. Il Bianco come sinonimo di bene, di bontà, di pulizia, di onestà e correttezza: si dice di una persona corretta negli affari che è “limpida”, trasparente; di una fanciulla che è “virginea”; di una situazione onesta che è “trasparente”. Al contrario il Nero è legato al male, alla cattiveria, alla sporcizia, all’intrigo e alla truffa. Il Nero fa pensare subito allo sporco, a qualcosa da nascondere, al buio della notte che nasconde chissà quali orripilanti misfatti.

Tutto quello che è positivo è “bianco” e chiaro, tutto quello che è negativo è “nero” e buio.

Non può stupire quindi che si faccia così fatica ad accettare le persone che hanno la “sfortuna” di nascere con la pelle nera. Noi “bianchi” siamo quelli buoni, puliti, onesti, generosi, in una parola “giusti”. Loro, i “negri”, sono quelli cattivi, sporchi, puzzolenti, disonesti ed imbroglioni, i “cattivi” della situazione. E come potrebbe essere altrimenti?

Anche le persone più aperte che non si considerano razziste, cadono inevitabilmente nella trappola del razzismo, loro malgrado. Non si spiega altrimenti quel certo autocompiacimento che traspare dagli atti di generosità e di apertura verso i numerosi immigrati di colore che affollano il nostro Paese. Con gli altri popoli, cinesi, filippini, orientali in genere o messicani, ecuadoriani, peruviani, per non parlare poi degli arabi (marocchini, algerini, tunisini) non abbiamo lo stesso atteggiamento protettivo e di manifesta amicizia che dimostriamo invece verso i neri. Così ci precipitiamo ad imparare a cucinare il couscous, riempiamo le nostre case di maschere e tessuti di provenienza africana, assordiamo i vicini di casa con il suono dei tamtam acquistati dal nostro “amico” senegalese, e in questo non ci sarebbe nulla di male se sotto sotto non ci fosse quel fastidioso autompiacimento che ci fa dire al mondo: “guarda come sono bravo, io non sono razzista, amo perfino i neri!”.

Difficile considerare chi ha la pelle diversa dalla nostra come un nostro uguale. Inevitabilmente il nostro sguardo nota le differenze, l’occhio si ferma su quella pelle liscia, abbronzantissima, che sembra perfino lucida, su quei capelli ricci all’inverosimile, o su quelle treccine strette strette di certe ragazze, su quelle labbra così gonfie e tonde, su quei nasi schiacciati così diversi dai nostri nasini alla “francese”. Come non vedere le differenze, esse sono così palesi!

Un sudamericano, un arabo, un orientale magari un po’ meticcio, prima o poi riesce a mimetizzarsi con noi occidentali, farsi passare per uno di noi. Talvolta confondiamo un sudamericano (peruviano, ecuadoriano) con un orientale (coreano, filippino) perché hanno dei tratti somatici somiglianti. Ma un africano no, non potrà mai mimetizzarsi. Anche se imparerà a parlare perfettamente la nostra lingua, anche se si vestirà come noi, se si comporterà come noi, prendendo anche i nostri vizi peggiori, rimarrà sempre un “negro”.

Una cosa che mi ha colpito, quando ho conosciuto delle persone africane, è il fatto che, al nostro chiamarli “neri” o “negri” dal colore della loro pelle, non ci rispondono chiamandoci “bianchi” come sarebbe logico aspettarsi. Ci chiamano “italiani”, “francesi”, “europei”, “occidentali”…un gran bel segno di rispetto!

 

 

 

 

 

 

 

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3 pensieri su “Black and White

    1. Grazie. E’ una cosa importante se ci pensi. Anche il fatto che noi diamo subito del TU ad uno straniero, forse per via che loro non parlano bene la nostra lingua. Ma non ha giustificazioni comunque. Il rispetto è rispetto.

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