Se fosse ancora viva oggi sarebbe il compleanno di mia mamma. Avrebbe compiuto 94 anni. Lei e papà scherzavano sempre sulla loro differenze d’età, erano nati a un giorno, un mese, un anno di differenza: 7.12.1921 lui, 8.1.1923 lei. Da giocarli al lotto, ‘sti numeri!

Non riesco ad immaginarmela così anziana, chissà come sarebbe stata. Di sicuro i capelli tutti bianchi, il visto segnato da rughe profonde, ma la stessa dolcezza negli occhi e nel sorriso.
Lei è morta giovane, a soli 58 anni. Per anni ho temuto di arrivare alla sua stessa età, convinta che un identico destino ci avesse unite. Invece ho superato i 58, poi i 60, e ancora oltre…

Era l’ultima di quattro sorelle. Suo padre era morto quando lei aveva solo tre anni, era cresciuta quindi in una famiglia composta di sole donne. Questo penso abbia influito sul suo carattere e su ciò che è poi diventata. Con mia madre ero molto legata, forse troppo. Unica figlia femmina, ci univa un’amicizia fra donne, un legame sottinteso, questo condividere un’appartenenza che era solo nostra, che gli altri non potevano conoscere. Con lei avevo una confidenza che non ho mai avuto con altri, prima, e che oggi ho solo con poche e scelte amicizie. Lei mi confidava segreti, facendomi sentire speciale. Lei contava su di me, investendomi di un ruolo che forse non avrei voluto e che in un certo modo mi ha anche segnato. Lei era il mio modello, giusto o sbagliato che fosse, la ammiravo e la temevo, la odiavo e la criticavo dentro me, la amavo follemente.

Mi giudicava, mia madre, non le andavo bene com’ero e mi voleva sempre diversa. Io mi adattavo, cercavo di modellarmi sulle sue attese, soprattutto cercavo di non deluderla e non ferirla, mai. Troppo tardi ho capito che non era un bene, che avrei dovuto essere una figlia ribelle, capace di tenerle testa, comprendere che non sempre il troppo amore fa bene.
 Ho pagato un caro prezzo per questa distrazione, questa mancata comprensione delle umane relazioni, ma ora tutto ciò è alle mie spalle. Sono andata avanti, sono riuscita a perdonarla, a capire i suoi errori e i miei, soprattutto mi sono assunta la responsabilità di ciò che sono oggi.
Ho sofferto moltissimo alla sua morte, legata com’ero non mi davo pace, e credo solo l’arrivo del mio terzo figlio mi ha salvato da una brutta depressione che era dietro l’angolo.

Con mamma mi piaceva uscire il sabato pomeriggio, andavamo in centro per lo shopping come si dice ora, era la mia migliore amica a quei tempi. Ci divertivamo a provare vestiti, a scegliere oggetti per la casa, a studiare menu speciali e particolari. Amava molto la sua casa, avevamo pochi soldi ma lei con niente riusciva ad abbellirla. Un centrino su un mobile, un tappeto nell’ingresso, una tenda di un altro colore, dei fiocchi sulle maniglie degli armadi… il buon gusto le apparteneva. Ogni tanto poi rivoluzionava una stanza, spostando tutti i mobili e mettendoli in un’altra posizione, agitando il papà che rientrando non capiva più dove si trovasse! Diventava matto, poverino…

Era solare, mamma, estroversa e comunicativa, faceva amicizia con tutti e subito. Quando si andava in vacanza, in campeggio, mentre papà aiutato da me e dai fratelli sistemava la roulotte e gli accessori, lei era già lì che chiacchierava con perfetti sconosciuti di questo e quello. Ricordo cugine più grandi, o le commesse del negozio alimentari vicino casa, che spesso venivano a trovarla per confidarsi con lei, raccontarle le loro pene d’amore, farsi consigliare.

La mattina del suo 57° compleanno, come oggi, si è seduta davanti a questa finestra dove ora sono seduta io, e mi ha scritto una lettera. In quella lettera diceva di essere felice, di sentirsi bene, “in piena salute, nel pieno delle sue forze”. Felice di avere una bella famiglia, un marito che la amava, dei figli sani e realizzati, dei nipotini adorabili. Felice di essere viva, di essere al mondo. Mi diceva quanto mi amasse, ricordava quel giorno di tanti anni prima, quando con la mia nascita le permisi di chiamarsi “mamma” per la prima volta.

 

 

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